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Professore, se negli ultimi anni, gran parte dei Paesi europei, compresa l’Italia, attraversano congiunture economiche molto negative, qual è invece la situazione dell’economia Turca?

L’economia turca si è posta in netta controtendenza con questo quadro economico generale e negli scorsi anni, ha fatto registrare una performance di grande crescita, tanto da fare della Turchia un caso di successo ed un palcoscenico sempre più interessante per nuovi investimenti e per il business internazionale.
Ciò che impressiona, quando ci si occupa della Turchia a livello di relazioni internazionali politico-economiche, è la capacità pianificatrice che il proprio Governo nazionale ha saputo mettere in campo e diffondere alla società che parrebbe avere preso finalmente coscienza degli ambiziosi traguardi che il momento storico pone oggi alla massa sociale ed al popolo turco e coscienza del ruolo che la Nazione turca sta assumendo nel quadrante regionale.

Il Primo Ministro Erdoğan si è preposto l’obiettivo di far entrare la Turchia nei primi dieci Paesi più sviluppati al mondo entro il 2023. Secondo lei, questo obiettivo è raggiungibile? Cosa ne pensa dei timori dell’occidente relativi ad una eventuale integrazione economica turca?
Dobbiamo immediatamente fugare un preconcetto riguardo allo sviluppo potenziale euro-mediterraneo dell’integrazione economica turca nel quadro europeo: oggettivamente, l’eredità delle vestigia che la Turchia ha lasciato in Europa sono quanto mai importanti e, se oggi pensiamo agli storici settori in cui per anni è stata permeata anche una parte della società balcanica ed ellenica, a suo tempo inquadrata a livello di proiezione economica e funzionariale nell’area turca, nessun timore, ci deve, oggi, permeare da una futura espansione di questo importante tassello, a metà strada fra Europa e Medio Oriente, che il destino manifesto dell’Europa sta esprimendo espandendosi sempre più verso il quadrante sud-orientale, porta del quale è la Nazione turca.
Recentemente, il Ministero dello Sviluppo Economico turco ha rilasciato il programma economico di medio termine valido per gli anni 2015, 2016 e 2017 che, inserendosi in un’ampia elaborazione di progetto per tutti i settori dell’economia turca, definisce le strategie da intraprendere per giungere all’obiettivo proposto e, ormai anche assimilato dal popolo, dal Primo Ministro Erdoğan, ovvero, di far entrare la Turchia nei primi dieci Paesi più sviluppati al mondo entro il 2023, data fatidica quanto mai simbolica, perché coincidente con il centenario della Rifondazione Statuale (quindi dell’attuale Repubblica) ad opera dello storico Padre della Patria, Mustafa Kemal Atatürk.
In effetti, questo obiettivo, sembra quanto mai alla portata, non solo nel decennio 2002-2012 la Turchia è riuscita a coniugare sviluppo, crescita e controllo del debito ma, d’altro canto, osservando la crescita del PIL possiamo vedere come, nel decennio citato, questo si sia di fatto triplicato passando dai 231 miliardi di dollari del 2002 ai 786 miliardi di dollari del 2012.
Le finanze pubbliche, in parallelo, sono state profondamente risanate con una diminuzione del debito pubblico dal 74% a circa il 40%, cogliendo, sia pure in via volontaria e non prescrittiva, quasi tutte le prescrizioni economiche poste dall’Unione Europea come condizione volontaria per il prosieguo del sempre, più probabile, processo di allargamento alla Turchia.

Quali sono i fattori di accelerazione su cui può contare la crescita economica turca?
La crescita economica può contare su due fattori di accelerazione molto importanti che sono:
- la crescita della domanda interna;
- la spesa pubblica dall’altra.
Ovviamente, sempre più cittadini ben stipendiati e salariati, offrono una domanda interna in crescita rispetto all’ex Paese rurale di trenta o quaranta anni fa, parimenti, la crescita economica ha determinato una sensibile crescita del PIL procapite che, triplicandosi, come abbiamo visto poc’anzi nel decennio scorso, ha creato un mercato interno sempre più dinamico.
A supporto di ciò, gli importanti investimenti pubblici, che lo Stato turco sta portando avanti, rappresentano un volano eccezionale per l’economia, proprio perché sono investimenti a pieno valore aggiunto: infrastrutturazione stradale, ferroviaria, portuale, strutturazione energetica, strutturazione tecnico-scientifica di ricerca e pedagogico-didattica.
Queste profonde ristrutturazioni della “macchina statuale turca” alla quale attualmente il Governo, alla cremente, lavora sta riversando in Turchia le più importanti realtà globali provenienti dal resto del mondo occidentale, di matrice liberale, nel campo della tecnica, della scienza, della ricerca e, più in generale, della strutturazione tecnico- scientifica del Paese.
Ciò ha comportato, oggettivamente, anche la fine di un “gap” infrastrutturale che fin’ora la Turchia pagava e l’accrescimento della dotazione di know-how delle imprese del ceto tecnico e manageriale turco, che si propone poi nei Paesi limitrofi come una competitiva risorsa per lo sviluppo di progetti sensibili nella delicata ed importantissima zona caucasica e medio-orientale.
Quali sono le prospettive future?

Le prospettive future sono ancora positive con un PIL previsto in crescita del 3% nel 2016 e del 3-4% nel 2017, nonostante un trend non certo esaltante dell’economia globale. Ovviamente, e qui viene il ruolo degli investitori esteri occidentali.

Quali sono gli aspetti negativi più salienti dell’economia turca?

Risparmio interno limitato e ruolo limitato degli investimenti privati. Ma questo è logico: così come nell’Italia in pieno sviluppo economico degli anni Sessanta, l’accumulazione originaria di capitale individuale, cominciava appena a sorgere nella “famiglia media” del salariato ordinario e quindi non vi era grande disponibilità di depositi e titoli bancari derivanti da tale accumulazione originaria di capitale, tali da poter far fare agli Istituti di Credito larghissime aperture nei confronti di Imprese non statali, altrettanto è per la situazione turca.
La scarsa rilevanza dei risparmi privati, attestati intorno all’11-12% del PIL, è comunque in diminuzione nel trend di lungo periodo, proprio perché viene favorita la spesa interna con l’allargamento del mercato interno, non permetterebbero da soli la disponibilità di una liquidità interna sufficiente per il corretto impiego e ciò si traduce in una rischiosa dipendenza dai volatili investimenti dell’investimento pubblico.
Per questo motivo, la lira turca, pur essendo affetta da un’inflazione del circa il 9%, non deve trarre in inganno come indice di relativa debolezza: ciò permette un’efficace performance delle Esportazioni nazionali ma, ovviamente, in assenza di grandi investimenti esteri, questa potenzialità non può, per ora, pienamente essere utilizzata, in assenza, come abbiamo visto, di larghe aperture di credito, dalle imprese nazionali.

Professore, in due parole, Perché la Turchia rappresenta, allora, per gli Imprenditori italiani, e in questo caso massimamente locali e pugliesi, una delle realtà economiche mondiali più dinamiche?

Non soltanto grazie alla sua peculiare collocazione geopolitica che la configura come importante polo industriale e commerciale ma, soprattutto, perché l’interscambio commerciale della Turchia si basa su un disavanzo dovuto principalmente alle Importazioni energetiche e di beni intermedi per l’Industria. Il partner tradizionale principale per la Turchia è stata l’Europa Occidentale sebbene, negli ultimi anni, si siano intensificate le relazioni di interscambio con alcuni Paesi del Medio Oriente (Iran e Iraq in particolare), vediamo figura del “quadro economico della Turchia”.

Le relazioni commerciali con l’Italia, si sono andate sviluppando di pari passo con la crescita economica del Paese. L’avanzo commerciale italiano, tradizionalmente consistente da un punto di vista finanziario, ha mostrato una crescita, negli ultimi anni, raggiungendo circa 3 miliardi di euro nel 2013. Alla base di tale risultato si sottolinea la notevole crescita delle Esportazioni che non è stata controbilanciata, però, da un incremento dell’Import di pari livello. A trainare la performance esportativa italiana, nel corso del 2011 ed anche del 2012, sono state le vendite di macchinari ed apparecchiature, che rappresentano circa un quarto delle Esportazioni italiane in Turchia che, con una crescita di circa il 27%, hanno superato il valore di 2 miliari di euro totali. Ancor più sorprendente è il trend mostrato dal comparto carbon coke e prodotti petroliferi raffinati, le cui Esportazioni sono aumentate del 65% in un anno, producendo un sensibile incremento della quota di mercato italiana in tale settore.
Il problema della “deregionalizzazione” delle relazioni commerciali bilaterali tra Italia e Turchia è rappresentata dal fatto che esse risultano, per ora, concentrate da un punto di vista regionale-industriale italiano dal momento che Lombardia e Piemonte rappresentano oltre il 40% delle esportazioni nazionali, sebbene questo dato sia frutto di dinamiche differenti. Infatti, guardando ai dati del 2011 della Lombardia si osserva una crescita tendenziale consistente sia delle Esportazioni sia delle Importazioni; tali trend risultano meno marcati per il Piemonte, le cui Esportazioni hanno dimostrato una crescita ben al di sotto di quella media italiana, che si attesta intorno al 20%.
Le principali Regioni italiane coinvolte nell’interscambio con la Turchia” abbiamo ai primi posti Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna seguite da Sicilia, Veneto e Campania.

Quali sono, dunque, le reali potenzialità per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle Imprese italiane ed in particolare salentine in Turchia?

Anzitutto, una linea governativa votata all’Investitore straniero che abbia contatti ufficiali e diretti con le Autorità turche; in secondo luogo, una agevolazione sostanziale per l’Investitore-Imprenditore straniero europeo che decida di produrre in Turchia quel genere di beni che pesano positivamente sull’Export turco nei confronti, spesso, degli stessi Paesi di provenienza dell’originario investimento; in terzo luogo, l’intera opera di politica economica culturale dell’attuale Governo turco è votata, sostanzialmente e principalmente, all’agevolazione sul posto, sul territorio, ivi incluse eventuali aperture di credito da parte delle Istituzioni Finanziarie turche, rispetto all’Imprenditore straniero europeo che decida di intraprendere in Turchia un ciclo completo: dalla materia prima, eventualmente importata a sua volta, anticipatamente, dal Paese turco, al prodotto finito, di matrice culturale e di qualità costruttiva europea, pronto per essere esportato nei mercati di origine di detto Imprenditore.

Ebbene, noi siamo qui nel Salento una delle Regioni manifatturiere della storia dell’Industria italiana meridionale che ha subito, più di altre Province meridionali, la gravissima crisi che, da quasi 10 anni, si abbatte su di noi.
Oggi, grazie all’oculata opera del Ministero per lo Sviluppo Economico turco, qui rappresentato dalle Sue Istituzioni e Rappresentanti, tra i quali la Camera di Commercio turca per l’Italia, la classe imprenditoriale salentina può trovare chiare e concrete risposte alla forma dell’investimento necessario e sufficiente come liquidità in Turchia ma da direzionare con il know-how locale ed internazionale ai fini di forme di produzione specialistica che in Puglia avevano trovato, sino a pochi anni fa, un alveo di produzione proficua per molti decenni e che oggi il Governo turco considera come prioritarie per il suo sviluppo, dotato di quei numeri economici di cui abbiamo esposto poc’anzi.

In conclusione, oggi la Repubblica Turca è pronta, ancora una volta, nella sua storia tre volte millenaria, a guardare verso l’Europa con uno spirito moderno e di piena liberalità economica, dotato della propria forte tradizione nazionale a cui, come abbiamo visto prima, le proprie masse di lavoratori non si sottraggono ma che, come gesto di qualificato amore verso l’Occidente, apre le porte ai migliori e più coraggiosi tra gli Imprenditori italiani, soprattutto meridionali, che vogliano fare di se un nuovo caposaldo della Turchia verso l’Europa.

* Prof. Antonio Eduardo Favale - Dipartimento Universitario Jonico DJSGE Taranto, Dipartimento Jonico in “Sistemi Giuridici ed Economici del Mediterraneo: società, ambiente, culture”- Università degli Studi di Bari Aldo Moro



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Pubblicato lo speciale Fòcara del bollettino CUPAGRI, dedicato in particolare alla festa che si celebra al più grande fuoco del Mediterraneo.

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Il dialetto fa bene al turismo? Intervista al professore Salvatore De Masi.
“What’s turchinieddru”? passeggiando d’estate per le vie del Salento, capita spesso di ascoltare turisti divertiti alle prove con improbabili pronunce del dialetto salentino.
Si passa dai classici ciceri e tria pronunciati con accento english alle cozze perte all’ampa in versione tedesca sino ad avventurarsi nella pronuncia di intere espressioni dialettali legate ai nomi di luoghi o ai testi di canzoni. 
Ma quanto conta l’uso del dialetto nella relazione con i turisti? Ne abbiamo parlato con Salvatore De Masi, docente di Linguistica Generale e Glottologia presso l’Università del Salento: “il dialetto è parte integrante del patrimonio culturale salentino, tanto quanto lo sono l’enogastronomia e le bellezze paesaggistiche di Lecce e provincia. Del resto, viene usato per descrivere e caratterizzare luoghi, paesaggi e piatti tipici”. 
Non bisogna dimenticare il grande contributo che la musica e gli artisti salentini hanno dato al nostro territorio nell’ultimo decennio. Fenomeni musicali come la pizzica o i Sud Sound System hanno contribuito alla diffusione della cultura e delle tradizioni salentine. “Indipendentemente dai gusti musicali di ognuno, bisogna riconoscergli il ruolo di diffusione della salentinità, alla stregua dei fenomeni culturali e letterari che storicamente sono stati veicolo di diffusione di altrettante forme dialettali come il napoletano, il toscano, il veneto”.
L’idioma salentino compare anche nella relazione con il turista, nella maggior parte dei casi come un vezzo folkloristico. Veicolo di storia e tradizioni, soggetto a continue trasformazioni, “soprattutto nelle relazioni con il turista straniero, il dialetto perde la sua funzione comunicativa, ancora presente negli scambi linguistici tra conterranei e rappresenta un elemento con forte valenza estetica”, sottolinea il professore, “capace, perciò, di arricchire la conversazione ed aggiungere attrattività e fascino” e regalando al turista elementi di autenticità e indizi per scoprire una popolazione dalla storia millenaria. 
“E’ chiaro”, continua il professore, “che con il turista bisogna parlare una lingua condivisa; ci si deve presentare come un parlante capace di comunicare e farsi capire” ribadisce “il dialetto entra nella conversazione come oggetto culturale, di contro rappresenterebbe un elemento di impoverimento”. Nella migliore delle ipotesi, oltre che suggerire la corretta fonetica delle parole, sarebbe auspicabile dare al turista una spiegazione valida del termine ed avere qualche nozione di dialettologia. Ma lì dove mancano le competenze linguistiche speriamo ci sia almeno la proverbiale accoglienza dei salentini pronta a colmare qualsiasi carenza linguistica!

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